Reza Deghati – “War + Peace”

Le foto dei Maestri
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Carlo Riggi
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Reza Deghati – “War + Peace”

Messaggio da Carlo Riggi » sab feb 23, 2019 11:06 am

Desidero iniziare questo pezzo rivolgendo un pensiero a Gabriele Micalizzi, il bravo reporter recentemente ferito in Siria, durante un assalto delle milizie curde all’ultima roccaforte dell’ISIS. L’augurio è che ritorni al più presto …al fronte.
Detta così, pur intendendo ovviamente il ritorno alla sua vita normale, l’augurio potrebbe sembrare non proprio amichevole.
Se fotografare è fare sogni, le foto di guerra sono incubi?
La domanda ne cela un’altra: le foto di reportage possono essere considerate Arte?
La mia risposta è Sì!
Fatichiamo a considerare la fotografia come Arte. Alcuni autori, Berengo Gardin in testa, rispondono infastiditi a chi dà loro degli artisti: “io sono solo un fotografo”, ripetono come un mantra. E si capisce che dietro questa esibita ritrosia c’è proprio un vezzo d’artista.
Si concede, con una certa fatica, che “artisti”, tra i fotografi, possano al massimo essere considerati coloro che realizzano opere astratte, frutto di costruzioni concettuali, forse i ritrattisti, qualche volta i paesaggisti, meglio se adusi a consistenti manipolazioni postproduttive. Per gli altri, i reporter su tutti, sembra quasi che il richiamo all’arte vada a sminuire la loro credibilità di testimoni oggettivi.
Io penso invece che il reportage, anche il più crudo, sia fotografia solo se è un fatto artistico.
Anche l’incubo è un sogno. Ha la stessa funzione trasfigurativa, elaborativa, catartica, simbolopoietica. Come il sogno, risponde al principio del piacere, cioè “realizza un desiderio”, foss’anche solo quello di portare alla coscienza e condividere, pur in forma travisata, un contenuto ingombrante e angoscioso.
Quando il reporter si limita a “riprodurre” un dato retinico, egli non ha fatto fotografia, “ha fatto la spia”… Una raffigurazione tautologica del reale è pornografia, nell’accezione di Julia Kristeva: mostra la superficie di un fatto, ma non muove il pensiero.
Una buona fotografia, per quanto cruda, è sempre un’interpretazione, la trasfigurazione di un fatto che esiste non di per sé, ma in quanto qualcuno lo sta guardando per noi: e lo sta facendo con una determinata attrezzatura, una focale, un punto di ripresa, una coppia tempo diaframmi, una pellicola (o un sensore) tarata a un tot di Iso, a colori, in bianco e nero, ecc. Ma, soprattutto, lo fa attraverso la propria sensibilità, che è poi il filtro principale attraverso cui si snoda il racconto.
Una fotografia non può mai illudersi di essere oggettiva. Nemmeno una foto segnaletica lo è.
Per me, una buona fotografia – come il sogno – dev’essere “terapeutica”, in quanto ci accosta al reale, anche il più scabroso, attraverso un filtro di pensiero, autoriale, che si fa barriera tra noi e il dato grezzo di realtà. Tanto la pornografia (sempre nell’accezione di cui sopra) è nociva – e lo vediamo facilmente sui social, quando pezzi di realtà divulgati senza filtro diventano perverse post-verità – quanto la fotografia, l’Arte, sa essere curativa.
Questo vale per i reporter ancor più oggi, in cui l’inflazione dell’informazione ha reso praticamente vano il loro tradizionale ruolo, convertendo la loro missione da quella di informare a quella di “incuriosire” e far pensare.



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Reza Deghati "The frame"



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Reza Deghati "Dream"



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Reza Deghati "Wisdom"

Le foto che ho scelto a corredo di questa riflessione sono di Reza Deghati, architetto e fotografo iraniano, naturalizzato francese, conosciuto soprattutto per la sua collaborazione con il National Geographic. Non si tratta, com’è ovvio, di foto di guerra. O forse sì. Gli scatti sono stati realizzati in zone di conflitto, nei momenti di pausa, e appare ancora più forte il senso della guerra incombente, appena spostata di lato, o in avanti. Deghati ha trovato e estrapolato la dolcezza e la bellezza tra le bombe, la fame e la morte. Non intendo contrapporre queste foto - un po' edulcorate, in stile NG -ad altre che si occupano di mostrare aspetti più cruenti, sarebbe troppo semplice. Non faccio differenza, anche le più crude ed esplicite, se sono buone fotografie, possiedono in sé un filtro benevolo, una funzione “paraeccitatoria” per raccontare l’orrore senza paralizzare il pensiero. Mi è piaciuto mostrare queste per rendere ancora più chiaro come non ci sia un’unica via, la più diretta, la più voyeuristica, per mostrare, per far capire, per far pensare.
Foto che si possono benissimo guardare a occhi chiusi. Per me, le migliori.
Ciao
Carlo

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MarcoBiancardi
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Re: Reza Deghati – “War + Peace”

Messaggio da MarcoBiancardi » sab feb 23, 2019 12:53 pm

Forse gli scatti che hai scelto per illustrare il tuo interessante argomentare sono, come tu stesso noti, un po’ troppo in stile NG, come un po’ edulcorate.
Concordo anch’io pienamente con te che il reportage sia - anzi, possa essere - arte, quando non sterile documento fatto senza il filtro e la mediazione di un pensiero e della sensibilità di un autore.

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