Un mondo "come se"

Opinioni e idee sulla fotografia
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Carlo Riggi
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Un mondo "come se"

Messaggio da Carlo Riggi » dom mar 18, 2018 1:16 pm

A gentile richiesta di alcuni amici, e sperando di fare cosa gradita a tutti, pubblico qui una sintesi della relazione che ho presentato al Perugia Social Photo Fest.


La fotografia in un mondo “come se”
The skin I live” - Perugia, 17 marzo 2018


La fotografia è una cosa semplice. Si tratta di indovinare una coppia di tempo e diaframma. Fatto quello, fatto tutto. E poi ci si può dedicare tranquillamente al culto feticistico delle attrezzature, di cui far foto è solo la necessaria espiazione.
Come dice Flusser, acquistata la fotocamera, non resta che lasciarsi divorare dalla sua avidità. Messa a fuoco, tempo, diaframma, clic!
I problemi nascono quando, a causa della nostra insaziabile brama di complicarci la vita, cominciamo a subodorare che la trasgressione di alcune regole può portare a risultati intriganti, e persino artisticamente rilevanti. Da quel punto in avanti è il caos, una cosa così semplice come realizzare buone fotografie entra nel campo dell’arte, della filosofia o addirittura della psicoanalisi.

La psicoanalista austriaca Helene Deutsch, nella prima metà del ‘900, descrisse le personalità “come se” come dotate di un’affettività contraffatta; non una patologia in senso stretto, ma un modo di tenere a distanza le emozioni, trincerandosi dietro un velo di falso sé. Una mancanza di genuinità, di calore, di veri sentimenti nel rapporto con se stessi e con gli altri, ma mostrati come se fossero autentici. Una sorta di depersonalizzazione, l’incapacità di provare davvero emozioni per qualcosa, spesso celata da interessi, frequentazioni e amicizie molto ampi e variegati, seppur anonimi. Frutto, anche, dell’incapacità di “stare da soli”.
Il quadro clinico delle personalità “come se” ha qualcosa in comune con la vecchia isteria: in entrambi i casi si tratta di un’incapacità di dare espressione al proprio desiderio, per vivere invece nel desiderio dell’altro.

Possiamo interpretare il fenomeno del “come se” come una “patologia dell’intimità”.
Intimità, nel mio modo di vedere, è accettare che un altro possa sapere di noi qualcosa che noi stessi ignoriamo, concedendogli l’accesso alle nostre parti segrete.
Il segreto non è mai qualcosa di totalmente sconosciuto, ma è ciò che non può essere pensato, soggetto a un’interdizione più o meno consapevole che ne impedisce il pieno affiorare alla coscienza.
Il segreto quasi mai può essere rivelato nel suo contenuto tout court, ma può essere condiviso attraverso un suo derivato narrativo, in una dimensione relazionale e simbolica. Accedere a questa dimensione presuppone una sufficiente quota di intimità, con se stessi e con l’altro.

Penso che un grado soddisfacente di intimità sia possibile quando l’individuo abbia costituito e consolidato quello che Winnicott chiama “spazio potenziale”, un luogo a metà tra la fantasia e la realtà, ove sia possible tollerare gli eccessi di stimolazione. È lì che possono avvenire l’incontro intimo e la condivisione del segreto.
Lo spazio potenziale è anche quello in cui si coltiva la curiosità e si sviluppa l’intuizione, intesa come capacità di attingere ad una speciale consapevolezza - Bion direbbe una preconcezione -, di cui si ha traccia ma di cui non può ancora aversi pensiero.
Quando l’intuizione e la curiosità sono danneggiate viene meno la capacità di vivere l’intimità e di godere della creatività, che si snatura in una sorta di fredda e tautologica riproposizione del già conosciuto, senza una reale possibilità di “vedere oltre”, e di approdare al segreto.

Occorre introdurre ancora un altro concetto, quello di limite.
Riecheggiando il tema di questa edizione del PSPF, possiamo pensare al limite come a una pelle, in grado di marcare i confini tra il dentro e il fuori, di proteggerci dagli altri, ma anche di metterci in contatto con loro. L’integrità del senso del limite è un sicuro indizio di sanità.

La diffusione di internet sta comportando una progressiva scomparsa del limite, con una intrusività del virtuale che ci conduce a una falsa intimità: ogni momento della giornata è scandito dalla condivisione delle proprie attività, degli umori e dei pensieri, in uno stato permanente di connessione e disponibilità. Si realizza il paradosso di una intimità talmente pervasiva da lasciare pochissimo spazio per il privato, per la vera intimità. Si tratta, anche in questo caso, di una intimità “come se”.

Oggi non abbiamo più limiti neppure negli orari dei negozi, i centri commerciali sempre accessibili, anche nei festivi e persino di notte. Senza alcuna delimitazione spazio-temporale, ci troviamo dispersi in un tutto indifferenziato in cui ogni cosa diventa possibile, ovunque e in qualunque momento.

Le nostre fotocamere per fortuna sono dotate di un otturatore, e questo otturatore non resta sempre aperto come le saracinesche degli ipermercati, ma si apre e si chiude per un tempo definito, molto piccolo, che, insieme alla cornice del fotogramma, delimita la porzione di spazio-tempo che noi abbiamo scelto di immortalare. La fotocamera non ci permette di vedere tutto, ci impone una scelta. Una presa di consapevolezza.

Lacan immaginò l’inconscio come una nassa, il cui piccolo varco, sottoposto a una “pulsazione temporale”, si apre e si richiude immediatamente per mezzo di un “otturatore”. Noi, secondo Lacan, siamo all’interno della nassa. Possiamo pensare all’otturatore della fotocamera come a un varco che per una frazione di secondo, mentre incamera una porzione di realtà esterna, libera un pezzo della nostra realtà inconscia. La fotografia diventa così un formidabile strumento d’introspezione. Ma senza l’otturatore sarebbe un maelstrom infinito e confusivo.

Avere il senso del limite significa resistere all’onnipotenza.
Non voglio rivangare le noiose diatribe tra analogico e digitale. Le nuove tecnologie sono da apprezzare per le facilitazioni e i nuovi standard di qualità che portano con sé, ma vanno anche dominate, affinché non comportino una eccessiva riduzione delle nostre facoltà di scelta. Altrimenti, se non sufficientemente domato, il digitale rischia di diventare l’emblema del “come se” (“come se” fosse tal pellicola, come se fosse bianco e nero, come se ci fosse la grana, ecc.).
Il limite delle 36 pose, sebbene “rinnovabili” con gli altri rullini della scorta, scandisce un tempo, impone un ritmo con il quale, comunque, dover fare i conti. La piccola scheda invece ha una possibilità pressoché infinita di accumulare scatti.
E pensiamo all’estensione impressionante della scala degli iso, con la possibilità di scattare senza limiti in qualunque condizione di luce, senza pagare alcun dazio: tutto nitido, tutto a fuoco. Tutto molto onnipotente.

La realtà non coincide con la sua nitida rappresentazione. Essa deve transitare dal nostro immaginario, per essere validata. Possiamo considerare il negativo come una sorta di preconscio ausiliario, dove il reale prende forma. Ma non è tanto il negativo come supporto concreto a fare la differenza (sebbene la “pellicola” si associ direttamente all’idea di “pelle”, e quindi di transito); il punto nodale credo sia piuttosto la latenza, il tempo dell’attesa, della non esistenza e della non conoscenza, capace di avvicinarci all’autenticità, all’origine, all’emozione pura. Il tempo del pensiero.
Il poter vedere l‘immagine subito, appena scattata, produce un’adesività schiacciante tra la nostra fotografia e il reale che essa immortala. Una cosa senz’altro utile a chi intenda la fotografia come realizzazione fedele di un’idea precostituita. Che a me però non interessa. Non perderei tempo a fotografare se pensassi di ritrovare nell’immagine finita esattamente quel che avevo previsto che ci fosse.
L’immagine finita deve sorprendermi, deve stupirmi, deve raccontarmi cose che non sapevo. O meglio, che c’erano in forma embrionale, ma che non si erano ancora rivelate. La fotografia racconta il mondo, certo, ma lo fa attraverso un filtro, un’elaborazione che parte da uno stato d’animo, incontra il dato reale, passa attraverso la libera determinazione dello strumento – la fotocamera, l’obiettivo, il processo di sviluppo –, e si avvicina al sogno.
Conoscere è assimilare il dato di realtà attraverso un peculiare filtro creativo. Il sogno è la modalità principale di strutturazione della conoscenza. Come nel sogno, l'atto creativo, necessita di una funzione trasfigurativa per poter cogliere l'essenza propria dell'esperienza in corso. Nella consapevolezza che visioni periferiche e insature rivelino più della più nitida delle immagini.


Quando fotografo, assumo l’assetto del sognatore e percorro i luoghi come fossero territori del mio spazio interno. Li esploro alla ricerca di cose mai conosciute davvero, intuite forse, ma sempre sfuggite. Se provo a fissarle nitidamente mi prenderanno un giro, mi mostreranno un simulacro di loro e continueranno a sfuggirmi. L'unica è inquadrarli di traverso, con gli occbi socchiusi. Solo così potrò avere un'immagine che almeno richiami quei territori oscuri. Che tali resteranno, com’è bene che sia. Solo rispettandone il mistero riesco a conoscermi un po'; e a mantenere integra quella curiosità che mi tiene in vita.
Forse questo tradisce in parte la missione della fotografia, di testimonianza dell'esistente. Mi dispiace. Ma forse è testimonianza di un altro esistente, sebbene "invisibile", una realtà interiore, nella quale possiamo perderci e ritrovarci, ed è questo che rende una buona fotografia un'immagine universale. Io lo chiamo "reportage dell'anima ". La tecnica non è dissimile da quella del reportage classico: studio, pazienza, improvvisazione, disciplina, attesa, ascolto... Con una differenza, però, questo tipo di reportage non si limita a riproporre la realtà, contribuisce a determinarla mentre la cerca.
Che poi, non so davvero se non sia così anche nel reportage classico.
È questa capacità trasformativa e simbolopoietica che fa della fotografia uno straordinario strumento terapeutico.

Il segreto può essere colto solo nei suoi movimenti trasformativi. Il sogno, il gioco e la produzione artistica sono strumenti efficaci per accedere all’inesprimibile.
Realizzare un’immagine equivale a pubblicare uno stato d’animo altrimenti inconoscibile. La pubblicazione di un affetto sconosciuto consente di riportare l’emozione sotto l’egida dell’Io cosciente, accresce la gestibilità, acquieta la tensione, spalanca nuovi scenari di senso e di pensiero.

La conoscenza avviene attraverso lo stabilimento di una distanza, un “secondo tempo”. La fotografia può rappresentare quell’area che abbiamo chiamato “spazio potenziale”, luogo dell’Illusione, del gioco, del sogno; dove la realtà può costituirsi senza troppi patemi per la propria sopravvivenza. Intesa così, la fotografia diventa un rito di passaggio, ogni immagine è uno “scatto” verso la crescita. Per questo fotografare è così faticoso.

La fotografia rappresenta dunque una grande possibilità di far emergere la verità, emancipandoci dal “come se”.

Non una verità assoluta, univoca e incontrovertibile. Ma la verità del vissuto, dell’emozione, del contatto, dell’essere dentro; lo sciogliersi di quella patina di falsità, distacco, congelamento delle emozioni, distanza dalla realtà, assetto imitativo, o isterico: la possibilità di ricominciare a sentire.

Il mondo della realtà, senza sogno, senza Illusione, è un mondo vagamente paranoico.
La pura tautologia (ogni cosa è ciò che è), è una dimensione depressiva, perché è priva del supporto simbolico.
Penso che dobbiamo restituire al simbolico tutto il suo valore, riconsiderarne la potenza evocativa e trasformativa.
Il simbolico è tutt’altro dal “come se”, ne è in un certo senso l’antidoto. Il simbolo è un modo di attraversare l’esperienza ad un livello profondo, creando nessi con l’interezza del nostro essere. Il “come se” è creare succedanei, è “mettere al posto”, trovare magari una forma di compiacimento, ma svuotata dell’essenza.
La psicoanalisi merita tante critiche, ma le va riconosciuto il merito di aver rimesso al centro il valore del simbolo, attingendolo direttamente, e senza falsi pudori scientisti, anche dalla poesia e dalla letteratura. Esaltando il valore del sogno, che del simbolo e dell’inconscio è la porta d’accesso, la “via regia”.

Mi rendo conto che quanto detto fin qui può applicarsi a tutte le forme di espressione artistica.
Quel che distigue la fotografia dalle altre arti è il suo legame indissolubile con il reale. La fotografia nasce dall’incontro tra una preconcezione e il dato di realtà. Quale che sia la tecnica, se l’immagine non contiene un elemento di realtà non è fotografia.
Ma la rappresentazione della realtà, come abbiamo detto, non coincide con la sua mera riproduzione.
Il fotografo lavora a produrre nuove memorie, non solo ripescarle e fissarle.
Quando egli poggia il suo sguardo sulle cose le trasforma, apre varchi di senso altrimenti inattingibili.
Come dico spesso, se le guardiamo per un tempo, con intenzione, dopo un po’ le cose ci parlano…

L’aderenza, almeno iniziale, alla realtà è un altro di quei limiti benigni di cui parlavamo. Svincolata da questo limite, la fotografia perde il suo status, diventa un’altra cosa.

Il tema del limite e quello della pelle si incontrano naturalmente.

Il corpo è una sorta di magazzino che, nel corso della vita, incamera e contiene esperienze e storie che ci formano, ci strutturano, ci guidano ma di cui spesso non abbiamo consapevolezza: restano sopite in noi senza arrivare mai all’evidenza. Ma possono anche rivelarsi improvvisamente, quando meno ce lo aspettiamo.
La fotografia è uno strumento particolarmente adatto a far emergere queste storie, perché si colloca lungo il confine tra stimoli soggettivi e stimoli oggettivi.

Il tema del limite, della pelle e della pellicola è tutt’uno. La superficie dove si imprime e si trasfoma il dato sensibile della realtà. La soglia tra il fuori e il dentro, ciò che divide, unisce e crea comunicazione e scambio.
La pellicola si “impressiona”, impregnandosi delle nostre stesse impressioni. Anche la scheda digitale può farlo, anch’essa è a suo modo una pelle, se le lasciamo la possibilità di fare da filtro e diventare trasformativa. Se non abbiamo fretta, se le concediamo il tempo.
Analogica o digitale che sia, la fotografia può aiutarci a trovare noi stessi.
Ciao
Carlo

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MarcoBiancardi
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da MarcoBiancardi » dom mar 18, 2018 2:50 pm

Grazie, Carlo per questa condivisiabe, hai accontentato la mia curiosità e esaudito la mia richiesta.
Una prima lettura veloce mi ha fatto “ripassare” in una buona sintesi alcuni concetti base del tuo pensiero sullo Fotografia.
Un testo da approfondire più volte e da meditare.
Complimenti e ancora grazie.

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Carlo Riggi
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da Carlo Riggi » dom mar 18, 2018 2:53 pm

Geazie a te, Marco!
Ciao
Carlo

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Sergio Lovisolo
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da Sergio Lovisolo » dom mar 18, 2018 5:21 pm

La lettura,da nulla disturbata, fa emergere meglio la serenità ricca di intuizioni che valorizzano un fondamento culturale profondo.
Da rivisitare di tanto in tanto.
Grazie

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Carlo Riggi
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da Carlo Riggi » dom mar 18, 2018 6:04 pm

Grazie a te Sergio! E' stato un piacere immenso averti vicino, insieme alla cara Elena.
Ciao
Carlo

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enrico cinti
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da enrico cinti » dom mar 18, 2018 9:05 pm

Grazie Carlo!
Mi dispiace non essere riuscito ad esserci.
Ciao
enrico

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Andrea Podesta'
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da Andrea Podesta' » lun mar 19, 2018 5:21 pm

.... io sono alla seconda lettura e confesso di aver capito poco di come il mio fotografare possa essere inserito a pieno titolo in questo percorso di lettura . (nel bene o nel male).
Non perchè i concetti siano troppo astrusi, anche se confesso che ogni frase (a me) porta nuove consapevolezze e nuovi punti di vista su cui riflettere, ma perchè penso che il mio fotografare, solo in qualche occasione possa ricondursi ad un percorso così elaborato mentre nella maggioranza dei miei scatti io inseguo una pedissequa registrazione del reale.
Mi fermo quindi alle prime sei righe .............. :mrgreen:
Ultima modifica di Andrea Podesta' il lun mar 19, 2018 5:27 pm, modificato 1 volta in totale.

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Carlo Riggi
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da Carlo Riggi » lun mar 19, 2018 5:26 pm

Ah ah! :mrgreen:

Non preoccuparti Andrea, anche limitandosi alle prime sei righe la fotografia, a volte, sa essere "terapeutica". :)

Grazie dell'approfondita lettura!
Ciao
Carlo

otto
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da otto » lun mar 19, 2018 8:12 pm

ho letto tutto più volte e dovrò rileggere meglio alcuni alcuni passaggi per comprendere bene tutti i concetti espressi, ho assimilato meglio il tuo approccio fotografico e trovo meraviglioso quello che hai definito "reportage dell'anima " anche se non riesco ad associarlo bene bene al reportage classico e qui ho bisogno di far sedimentare alcuni pensieri......come anche sulla latenza.
Non perderei tempo a fotografare se pensassi di ritrovare nell’immagine finita esattamente quel che avevo previsto che ci fosse.
L’immagine finita deve sorprendermi, deve stupirmi, deve raccontarmi cose che non sapevo. O meglio, che c’erano in forma embrionale, ma che non si erano ancora rivelate.
Quando fotografo, assumo l’assetto del sognatore e percorro i luoghi come fossero territori del mio spazio interno. Li esploro alla ricerca di cose mai conosciute davvero, intuite forse, ma sempre sfuggite. Se provo a fissarle nitidamente mi prenderanno un giro, mi mostreranno un simulacro di loro e continueranno a sfuggirmi. L'unica è inquadrarli di traverso, con gli occbi socchiusi. Solo così potrò avere un'immagine che almeno richiami quei territori oscuri. Che tali resteranno, com’è bene che sia. Solo rispettandone il mistero riesco a conoscermi un po'; e a mantenere integra quella curiosità che mi tiene in vita.
Forse questo tradisce in parte la missione della fotografia, di testimonianza dell'esistente. Mi dispiace. Ma forse è testimonianza di un altro esistente, sebbene "invisibile", una realtà interiore, nella quale possiamo perderci e ritrovarci, ed è questo che rende una buona fotografia un'immagine universale. Io lo chiamo "reportage dell'anima ".
senza voler sminuire tutto il resto, cito alcuni passaggi che mi hanno colpito maggiormente, creando interessanti riflessioni ai miei pochi neuroni rimasti...

grazie Carlo,

otto.

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Carlo Riggi
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da Carlo Riggi » lun mar 19, 2018 8:22 pm

Grazie a te, Otto!
Ciao
Carlo

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Giuseppe Pagano
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da Giuseppe Pagano » dom mar 25, 2018 10:40 pm

...e questo è un pezzo da conservare e da linkare.
Grazie mille, Carlo.
Giuseppe Pagano
www.giuseppepagano.eu

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Carlo Riggi
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da Carlo Riggi » dom mar 25, 2018 10:49 pm

Grazie Giuseppe!
Ciao
Carlo

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P.Max
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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da P.Max » gio apr 12, 2018 8:31 pm

Grazie mille Carlo per la condivisione di queste sue perle.
Me le stampo e me le leggo con assoluta calma, in attesa che arrivi l'"Esuberanza dell'Ombra".
Un saluto.

Pietro.

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Re: Un mondo "come se"

Messaggio da Carlo Riggi » gio apr 12, 2018 8:53 pm

Grazie Pietro, gentilissimo!
Ciao
Carlo

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